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ASD, omessa dichiarazione, da valutare se si succedono regimi differenziati

Nel caso il cui un’associazione sportiva dilettantistica durante lo stesso periodo d’imposta si succedessero due diversi regimi tributari, regime forfettario previsto dalla L. 398/1991 e perdita nel corso d’anno i requisiti per le agevolazioni, la punibilità per l’omessa dichiarazione va valutata tenendo conto delle differenti normative fiscali applicabili. È quanto emerge dalla Corte di Cassazione con Sentenza n. 2342 del 19 gennaio 2019.

Eutekne.info – 19 gennaio 2019

Omessa dichiarazione da valutare con attenzione se si succedono i regimi tributari

Per affermare la responsabilità si deve calcolare se l’imposta evasa superi la soglia di punibilità tenendo conto della differente applicazione dei regimi

 Maria Francesca ARTUSI

Nel caso in cui, nel medesimo periodo di imposta, si verifichi la successione di due differenti regimi tributari, l’imposta evasa – utile per il calcolo della soglia di punibilità – va valutata in concreto tenendo conto delle normative fiscali applicabili.

La Cassazione, con la sentenza n. 2342 depositata ieri, ha così annullato con rinvio la condanna per omessa dichiarazione (art. 5 del DLgs. 74/2000) nei confronti di una associazione sportiva dilettantistica che aveva inizialmente optato per lo specifico regime forfettario previsto dalla L. 398/1991 per tali tipologie di enti, perdendo poi – nel corso dell’anno 2010 – i presupposti richiesti per usufruire delle agevolazioni.

L’art. 1 della L. 398/1991 – come sostituito dall’art. 25 della L. 133/1999 – prevedeva, infatti, che le associazioni sportive e relative sezioni non aventi scopo di lucro, affiliate alle federazioni sportive nazionali o agli enti nazionali di promozione sportiva riconosciuti ai sensi delle leggi vigenti, che svolgono attività sportive dilettantistiche e che nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a 400.000 euro, potessero optare per un’applicazione agevolata (ex art. 2 della medesima legge) dell’imposta sul valore aggiunto, dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche e dell’imposta locale sui redditi.

La medesima norma, al comma 2, stabilisce, però, la cessazione dell’applicabilità di tali agevolazioni in capo ai soggetti che durante il periodo d’imposta abbiano conseguito proventi per un importo superiore a 250.000 euro, con effetto dal mese successivo a quello in cui detto limite è superato, senza distinguere, a tal fine, fra il regime agevolativo IVA e quello delle imposte sui redditi.

La C.M. n. 1 dell’11 febbraio 1992 (parte 2) ha precisato, in proposito, che in tali circostanze “nel corso di uno stesso periodo d’imposta possono eventualmente concretizzarsi due diversi regimi tributari. In definitiva, gli obblighi degli adempimenti contabili ai fini delle imposte sul reddito e ai fini IVA così come i criteri di determinazione del reddito previsto per le imprese in contabilità semplificata ed, eventualmente, in ordinaria, nonché gli adempimenti IVA nei modi normali permangono fino al momento dal quale ha effetto l’eventuale opzione e vengono ripristinati dal momento in cui cessa l’effetto dell’opzione medesima”.

Da ciò consegue che il venir meno durante il periodo d’imposta dei requisiti necessari per l’applicazione dei regimi agevolativi determina l’applicazione del tributo con le modalità ordinarie dal mese successivo a quello in cui sono cessati. Nel caso di specie, dunque, l’associazione si è trovata soggetta nel corso del medesimo anno solare a due differenti regimi tributari e ciò comporta conseguenze anche sul piano delle responsabilità penali ex DLgs. 74/2000.

La sentenza in esame precisa che, per affermare la responsabilità per il reato di omessa dichiarazione, sarà necessario verificare se, tenuto conto di tale differente applicazione dei regimi, il calcolo dell’imposta evasa superi o meno la soglia di punibilità (all’epoca dei fatti di 77.468,53 euro).

Allo stesso modo, per quanto attiene al dolo specifico di evasione richiesto dall’art. 5 del DLgs. 74/2000, la prova deve essere desunta dall’entità del superamento della soglia vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell’esatto ammontare dell’imposta evasa (Cass. n. 18936/2016). Elemento che – secondo i giudici di legittimità – pone nel caso in esame “quantomeno dei ragionevoli dubbi”, in considerazione del fatto che, proprio l’applicazione del differenziato regime tributario, imponeva una valutazione del dolo che dovesse tener conto del superamento della soglia di punibilità, da accertarsi al momento della scadenza del termine di presentazione della dichiarazione, nella specie, omessa.

Il superamento della soglia rappresentata dall’ammontare dell’imposta evasa – alla luce dell’orientamento seguito da questa pronuncia – ha natura di elemento costitutivo del reato e, come tale, deve formare oggetto di rappresentazione e volizione, anche a titolo di dolo eventuale, da parte dell’agente (Cass. n. 7000/2018).

Le presunzioni legali non costituiscono di per sé fonte di prova

La Cassazione ricorda anche che le presunzioni legali previste dalle norme tributarie (in particolare, quella di cui all’art. 32 del DPR 600/1973, di cui è stata fatta applicazione giudizio in esame), pur potendo avere valore indiziario, non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione dell’illecito (tra le altre, Cass. n. 30890/2015).

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Sentenza n. 2342

 

 

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