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Il pagamento di altri costi per iniziative sociali non pregiudica i benefici fiscali delle ASD

La gestione di un’associazione sportiva dilettantistica deve rispettare le clausole statutarie, con attenzione alla temporaneità della vita associativa. Con la sentenza della Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna n. 1503/1/18 dell’8 giugno 2018 chiarire ulteriori aspetti legati alla corretta gestione di un’associazione.

Eutekne – 30 luglio 2018

Il pagamento di altri costi non pregiudica i benefici fiscali delle ASD

Conta che le modalità di conduzione dell’associazione siano conformi alle clausole statutarie, con esclusione della temporaneità della vita associativa

Francesco NAPOLITANO

La sentenza della Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna n. 1503/1/18 dello scorso 8 giugno permette di meglio chiarire alcuni aspetti legati alla corretta gestione di un sodalizio sportivo dilettantistico.

Contro avviso di accertamento IRES, IRAP e IVA per assunto illegittimo godimento dei benefici a causa della violazione dell’art. 148 del TUIR, una ASD proponeva ricorso, accolto dai giudici di prime cure in quanto la norma suddetta era “rispettata, in fatto, nella vita sociale”. Inoltre, il fatto che il pagamento della sola quota associativa non desse diritto a partecipare alle iniziative sociali era stato ritenuto irrilevante, iniziative per la partecipazione alle quali – invece – erano da pagare delle somme in più.
L’Agenzia appellava la sentenza, sostenendo la temporaneità della vita associativa per il fatto che la frequentazione dell’associazione dipendeva da tali ulteriori somme versate per accedere alle iniziative promosse dall’ASD.

Di diverso avviso i giudici di secondo grado, che nel respingere l’appello hanno condiviso le conclusioni della C.T. Prov.: l’ASD aveva avuto una condotta corretta circa il fatto che per godere dei benefici fiscali l’ente deve conformarsi alle clausole relative alla vita associativa inserite nel proprio statuto o atto costitutivo, laddove il conformarsi corrisponde alla realizzazione nel concreto delle disposizioni contenute nelle citate clausole, così come ormai pacificamente chiarito dalla giurisprudenza di legittimità (ex multis, Cass. nn. 9831/2017 e 4872/2015).

L’Agenzia aveva focalizzato l’attenzione su alcuni indizi, ossia: acquisizione della qualifica di socio su semplice compilazione di una scheda e versamento di quota sociale; assenza di attività diverse da quelle a pagamento, per cui occorreva corrispondere una somma aggiuntiva; temporaneità del vincolo associativo in quanto esistevano corsi infraannuali; svolgimento di fatto di attività commerciale.

I giudici hanno richiamato la norma di riferimento (art. 148 del TUIR) che distingue le quote o contributi associativi (comma 1, non imponibili) dalle quote e contributi supplementari (rectius corrispettivi specifici, imponibili) per acquisire beni e/o servizi ulteriori e diversi di natura commerciale (comma 3), sottolineando la deroga espressa di decommercializzazione nel caso in cui il sodalizio sportivo si conformi alle clausole statutarie, nel senso sopra descritto. Oltre ciò, dopo un breve passaggio sull’assenza di distribuzione di utili e la riflessione che le attività dell’ASD non potessero essere gratuite, aggiungevano altre circostanze sul corretto operato dell’ente. In particolare, rilevavano che i questionari somministrati contenessero risposte dalle quali emergeva la consapevolezza di “essere soci” dell’ASD, oltre alla presenza di numerose attività sportive ed extra in favore degli associati, a prescindere dal pagamento di abbonamenti.

Quanto, poi, alla temporaneità della vita associativa, il fatto che il socio pagasse per frequentare questi corsi non integrava assolutamente tale fattispecie: il corrispettivo costituiva la quota di costo da imputare al singolo per partecipare a tale specifica attività. Pertanto, mentre la quota associativa garantiva la possibilità di accedere alla struttura e acquisire lo status di socio (con annessi diritti e doveri), il corrispettivo specifico veniva pagato per godere di un ulteriore corso sportivo.

La lettura combinata delle varie situazioni come sopra esposte ha condotto i giudici di appello alla conclusione per cui, ancorché i corsi a pagamento non fossero l’attività istituzionale esclusiva dell’ente, comunque la loro tenuta non costituiva attività commerciale che dava origine a reddito d’impresa. Ciò in quanto era stato appurato che le modalità di conduzione dell’associazione erano conformi alle clausole statutarie, con garanzia del rapporto associativo ed esclusione della temporaneità della vita associativa.

Non si conosce il contenuto della sentenza di primo grado né lo statuto dell’ente oggetto del presente commento, ma va comunque rilevato come – normalmente – l’acquisizione della qualità di socio con la sola compilazione di una scheda andrebbe sorretta dall’accettazione dell’organo amministrativo attraverso apposita delibera (di cui non si ha traccia).
Diversamente, ci si potrebbe trovare nella situazione di un “tesseramento a vista”, ossia immediato e coincidente – appunto – con la compilazione della scheda suddetta e pagamento della quota, pratica assolutamente vietata negli enti associativi.

Potrebbe mancare, in altri termini, il reciproco consenso al negozio di associazione: da una parte l’aspirante socio (che può pacificamente compilare la scheda di adesione), dall’altra l’ASD, che, attraverso la delibera del proprio organo a ciò deputato, accetta la candidatura. In tal modo, si garantisce la tipica caratteristica degli enti associativi, ossia lo schema aperto; nello stesso tempo, si dà il giusto peso al momento associativo puro, ossia alla reale condivisione di quelli che sono gli scopi dell’ente.

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